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domenica 4 febbraio 2018

Amico..prima che religioso

Religiosi - I Fratelli che bussano alla porta, padri francescani, cappuccini                        ...Esce dalla sinagoga e va in casa. Tra mura semplici dove l'affetto è l'unico rito e dove i riti servonoarafforzare gli affetti. Li nella casa Gesù si affida alla vita di quella famiglia, la famiglia di Pietro. Una famiglia segnata dal dolore, c'era un ammalata. Gesù non entra da santone, non è un punto di riferimento spirituale. Non porta un ruolo salutare oppure clericale. Gesù entra da amico. Lui è semplicemente un amico che entra in quella casa e da amico viene trattato. Non occorre rifugiarsi dietro l'ombra di un ruolo né tantomeno ripetere la propria funzione per poter essere riconosciuti. Gesù viene accolto per la relazione di amicizia tra sé e gli altri, amici prima che discepoli.
L'amicizia guarisce ogni sofferenza, allontana il male e la solitudine e per amicizia si serve con gioia. Accogliere l'altro in amicizia permette un servizio bello, leggero, come quello della suocera di Pietro.
Soffrire con un amico accanto allontana i fantasmi della solitudine, permette di alzarsi dal letto della disperazione, di compiere quel salto che il dolore ci viete tenendoci inchiodati.
Seguire Gesù equivale ad entrare nella casa degli altri, nel cuore di chi si incontra da amico prima che da frate nel suo ruolo, indossare il sorriso prima che una veste sacra, portare vicinanza prima che la borsetta con i "sacri attrezzi", aprirsi all'altro prima che chiudersi nel mantello dell'abito sacro.
Essere uomini dal cuore pacifico per portare la pace invitata da Frate Francesco: salutate dicendo "il Signore ti dia pace.


fr. Rocco Predoti  ofm conv

domenica 22 febbraio 2015

Su, riprendi a scrivere !!!

Su, riprendi!!!
Questa la voce che mi ha fatto pensare che forse la voce di un'Altro mi sta chuedendo, perchè per la voce di altri passa sempre la voce dell'Altro Paterno.
Riprendo a scrivere dopo più di un anno, rispetto a tanti mesi fa mi sento come una matita logora, spuntata, di quelle che trovi in fondo ad un borsellino. Una matita mangiucchiata dai denti della vita, consumata ma matura.
Avevo lasciato la penna virtuale per scrutare meglio quei giorni misteriosi nei quali Lui si fa presente. Mi preparavo ad un momento importante vissuto lo scorso 7 Settembre ad Amantea. Il giorno della Professione Solenne dei voti.

Non un traguardo raggiunto, ma una coscienza di chi sonoo io e chi è Lui. Io a terra, sconfitto, senza armi ed onore, Lui trionfante in Croce. Mesi di piedi nudi e strade deserte, già in questa domenica con Gesù nel deserto. Che ci fà il Re del cielo in un deserto? forse si siede accanto a me, ai tanti che popoliamo questo deserto.
Ecco cosa sono, un frate professo solenne, recita la dicitura giuridica. Ma nel cuore sta scritto: Povero incapace capace solo di far danni che proclama questo solennemmente dinanzi a tutta la Chiesa. Pertanto, mi affido a Lui che è capace di far qualcosa di buono per me e per gli altri.
Perciò, eccomi qui, a camminare per queste vie di Assisi, che sono diventate le vie della mia vita. A riprendere a scrivere, ad essere obbediente al consiglio di ieri davanti ad una cioccolata calda.
Deserto strano, quello con il quale iniziamo la Quaresima. Già, all'inizio della Quaresima il perbenismo cristiano depositato come catrame nei nostri cuori inizia a ribollire e ci fa dire: "fai veder a quel Gesù che anche tu riesci a macerarti di astinenze come Lui, che non è il solo ad esser capace di sacrificarsi, arriva a Pasqua con la carta punti-fedeltà con 40 punti-digiuno e digli: vedi cme sono bravo?" Ma Lui stravolge le carte e parte da luogo del fallimento: il deserto. Troppo affollato ma vuoto: il deserto dentro le nostre città, dentro le nostre teste. Quaresima sia... da falliti rimettiamoci in marcia. Lui ci offre la mano... afferriamola!!!

fr. Rocco Predoti



venerdì 29 marzo 2013

Vocazione: cammino in compagnia


“Andate e portate a tutti l’annuncio del Cristo Risorto! Alleluja!”


Questo invito è dato dal celebrante alla fine della celebrazione pasquale, quando il cammino quaresimale è terminato dinanzi alla tomba vuota, quando lo stupore dell’annuncio esplode all’incontro con il Risorto.
Qui inizia il cammino, ma diverso, si cambia direzione come i discepoli di Emmaus; se la quaresima ci ha fatto vagare nel deserto, ora si torna a casa ma con il cuore cambiato, con occhi nuovi che sanno vedere il Risorto, uno sguardo trasfigurato che fa vedere la bellezza in un volto sfigurato, la speranza nel buio della sofferenza.
È nel deserto che Dio ci porta per amarci, è il luogo dove Dio si apparta con il cuore dell’uomo, è il luogo del silenzio dove si parla con i sussurri, si parla il linguaggio degli amanti.
La storia della salvezza passa per il deserto ma non è la sede stabilita, la meta è sempre la terra promessa, la speranza deve sempre portare all’amore.
Non c’è storia vocazionale che non sperimenti il deserto grande e spaventoso, così lo descrive l’autore del deuteronomio al capitolo 8. Vi abitano le bestie della solitudine, dello sconforto, della paura, dell’insicurezza; si diventa fragili, paurosi, come Elia si perde anche la speranza (1 Re 19, 3-5) ma quando tutto sembra inconcludente, vano, insensato, terminato, Dio offre quel minimo di forza perché si attraversi il deserto.
La vocazione si svela cosi progetto di d’amore ma di Dio al quale il chiamato offre la propria disponibilità, ma che guida è Dio e quando l’uomo si appropria del progetto di Dio i risultati sono non diversi da quelli del re Saul, vittima dei suoi stessi capricci.
Ma Dio non abbandona il proprio chiamato, colui sul quale ha posto il suo sguardo, si rivela a lui come amore nell’amore, ama e si fa amare, lo conduce sulla terra promessa.
Si fa compagno di cammino e si rivela nel più grande atto d’amore: lo spezzare il pane, il dono di se stesso.
Un dono che si apre nel momento in cui il discepolo va fuori e cammina, cammina e annuncia.
Da quella tavola di Emmaus è iniziato un movimento che tuttora continua, ogni volta che si annuncia quell’incontro si fa parte di quel movimento quando l’amore si è rivelato frutto della speranza.
“Pellegrini e forestieri” voleva frate Francesco i suoi frati, così lo siamo realmente.
Compagni di cammino di tanti. Quanti si accostano durante il cammino, la strada diventa un bene comune per due, tratti in cui si condivide di tutto, ci si ripara insieme dai pericoli, dalle intemperie, le stesse attese e stesse confidenze, si diventa custodi di quel compagno; un corpo solo che cammina in due persone.
Si attua la promessa fatta al momento di partire: “chi avrà lasciato… riceverà cento volte tanto in questa vita”… si lasciano amici e se incontrano di nuovi, si lasciano case e fratelli e tante sono le case dove si viene accolti.
Ma il cammino ha una direzione, le mete sono diverse, il bivio che porta in direzioni diverse, le direzioni della vita, un cammino che non si impoverisce ma si arricchisce, diventa doppio, un annuncio di Pasqua che si moltiplica. Non si cammina più insieme ma c’è la gioia che ognuno percorre la strada della propria vita.
Uomini con le scarpe consumate, questi i frati che voleva Francesco, disposti ad accogliere e farsi accogliere, lasciare e farsi lasciare. Viandanti per il Risorto e non contemplatori di una tomba vuota lasciando che i perché fermentino in dubbi dalle risposte negative.
Il frate, disposto ad abbracciare e farsi abbracciare lungo il cammino, capace di sguardo intimo con chiunque condivida il cammino, ma uno sguardo sempre gettato in avanti, sul futuro. Uomini di speranza e non di rimpianti. Uomini di sguardo amorevole e non di critica, uomini semplici e non complicati. Uomini e non finti angeli, fragili ma forti, deboli ma fedeli. Uomini che andando, in questo mondo dalla speranza quotidianamente rubata annuncino con la propria carne: Cristo è Risorto… Abbiate speranza !!!
fr. Rocco Predoti



sabato 1 agosto 2009

Le origini del francescanesimo in calabria


La terra di Calabria, nel XIII secolo, governata da Federico II di Svevia il quale si preoccupava di avviare un processo egemonico fra la Corona e le altre realtà feudali ed ecclesiastiche, resa dai numerosissimi monasteri Brasiliani e benedettini“la terra classica dell’ascetismo monastico” o “nuova Tebaide”, vide giungere durante la sua prima fase d’espansione per volontà dello stesso fondatore San Francesco d’Assisi la nuova religio: l’Ordine dei frati Minori. Esso, sorto in seguito all’esperienza della conversione del giovane Francesco di Pietro di Bernardone doveva essere, secondo il desiderio di Francesco solamente una Fraternitas accomunati dal desiderio di vivere insieme “la vita del Vangelo di Gesù Cristo”. Tale nuova forma di vita evangelica per la storia della Chiesa, nel 1209 era stata autorizzata provissoriamente da Innocenzo III, attirò una tale moltitudine di persone che da fraternitas diventò una religio, l’Ordine dei frati Minori. Ad Assisi tutti gli anni i frati tenevano importanti riunioni per l’organizzazione del nuovo Ordine: i Capitoli generali i quali servivano a stimolare attraverso l’esperienza collettiva la coscienza della famiglia religiosa ma presto divennero organi amministrativi e legislativi per l’intero Ordine. Al loro termine i frati si “disperdevano” per la terra italiana. È al termine del Capitolo di pentecoste del 1217 che si avviò la formazione delle Province dell’Ordine poste sotto la guida del Ministro Provinciale. Le province madri furono tredici tra cui la Calabria.
Nel 1217 la Calabria era una Provincia tutta da organizzare perciò Francesco chiamò un ottimo discepolo: Pietro Catin da S.Andrea della marca settentrionale, così egli fu il primo Ministro Provinciale di Calabria. Pietro raggiunse la Calabria a piedi secondo l’uso francescano e giunse a Castrovillari facendone la base di lancio della sua attività nella Provincia. È il 1220 quando Pietro a Castrovillari fa sorgere il protoconvento della Calabria. Dieci anni dopo la fondazione della provincia, vi fu l’avvenimento che ne rivelò tutta la vivacità spirituale: la missione in Marocco di un gruppo di frati calabresi guidati da Daniele da Belvedere, essi erano: Agnello, Samuele, Donnolo,Leone, Nicola,Ugolino. Entrati di nascosto nella città di Ceuta interdetta dai cristiani si misero a predicare, perciò furono arrestati e portati innanzi al re il quale lì giudicò pazzi, perciò furono rinchiusi nella prigione dove trascorsero otto giorni senza cibo, così si cerco di dissuaderli dalle loro argomentazioni circa la regalità di Gesù Cristo ma data la loro irremovibilità il giudice della città Arnoldo stabilì che venissero decapitati. Udita la sentenza i sette frati, come fossero invitati a banchetto facevano a gara per chi per primo dovesse ricevere la palma del martirio. Esortati da Daniele, ricevettero il martirio per decapitazione il 10 ottobre 1227. La ferocia dei carnefici non si fermò qui: infatti le loro teste ed i loro corpi furono fatti a pezzi e gettati a terra e calpestati dai saraceni e dai bambini. Quando l’ira furibonda si fu placata i loro resti furono raccolti dai cristiani e nascosti presso i fedeli in alfondengha. Dopo queste cose il figlio del re di Portogallo li chiese ed ottenne in dono di portarli in Spagna. Così fraternità francescana, ai suoi primordi ebbe tale battesimo e fu segnata da così grande testimonianza di vita evangelica nella nostra terra calabrese.